BIOGRAFIA

Salvatore Accolla nasce nel 1946 a Floridia, paese natio della madre e dopo quattordici giorni (come precisa lo stesso Accolla) viene portato a casa nell’antica isola di Ortigia, a Siracusa dove ancora oggi vive. La sua è una famiglia di pescatori.

Il padre se ne va quando Salvatore è ancora un bambino lasciando sola la madre a prendersi cura dei figli. Il piccolo Salvatore frequenta la scuola solo fino alla quinta elementare, poi fa diversi mestieri, svolge umili mansioni nei ristoranti, lavori di fatica al porto.

Dai sedici ai diciotto anni lavora come manovale nei cantieri edili, poi emigra in Germania e qui rimane fino ai vent’anni. Una delusione d’amore lo segna profondamente e determinerà il suo rientro in patria.

La profonda malinconia che lo coglie porterà sua madre ad avallare il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico di Siracusa, probabilmente nella speranza di poterlo aiutare. L’esperienza manicomiale per Salvatore, con diversi intervalli di libertà, dura circa vent’anni. Per fortuna Accolla dipinge. Un giovane psichiatra gli concede di coltivare la sua passione e apre per lui una sala di pittura, lasciando libero l’accesso a ogni ricoverato che dimostri lo stesso interesse.

A dipingere Accolla inizia, da autodidatta, appena tornato dalla Germania, e non smetterà mai più. La sua scuola sono stati la vita vissuta, la strada e i musei visitati nel suo peregrinare in tutta Europa. Ancora oggi, dopo più di cinquant’anni, Salvatore Accola ogni giorno prende i pennelli in mano e realizza le opere che andrà poi a vendere sul corso principale di Ortigia.

CURRICULUM

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DICONO DI ME

Daniela Rosi - curatrice d’arte

OGNI GIORNO E’ PASQUA

Il tramonto di Salvatore Accolla arriva quando il sole è ancora alto. Lui si corica alle 5 della sera. L’alba di Salvatore Accolla è quando ancora le stelle brillano nella notte. Lui si leva alle 3 del mattino. Alle cinque della sera tutto è ancora troppo. Alle tre del mattino tutto è silenzio, vento e respiro pulito. Una prima colazione, una passeggiata con il cane, una seconda colazione. Poi, sacra, viene la pittura. E arriva l’ora in cui gli altri uomini cominciano la nuova giornata. Salvatore Accolla è al suo posto, in Corso Matteotti, con i suoi quadri.

A dipingere Salvatore Accolla inizia da autodidatta a venti anni, appena rientrato dalla Germania dove era emigrato due anni prima. Inizialmente usa i colori a olio, che risultano però inadatti alle sue esigenze, in quanto ha bisogno che le tele asciughino veloci: quello che realizza di notte deve andare a venderlo al mattino sulla strada. Si converte così agli smalti da infissi, più facili e rapidi nell’asciugare. Al disegno del cavallo, motivo cardine della sua poetica, lo inizia un amico studente di belle arti disegnando per lui una testa equina. Proprio il cavallo diventa uno dei suoi primi motivi iconografici, un soggetto privilegiato, quasi una firma, di tutta la sua produzione. Accanto a questo soggetto se ne aggiungeranno altri, altrettanto ricorrenti, a costituire il suo vocabolario visivo. Una delusione affettiva lo porta a vivere la difficile esperienza del ricovero in ospedale psichiatrico, un’esperienza che lo segna ma non lo piega. Una volta dimesso, Accolla viaggia per tutta Europa, vive di espedienti e utilizza il poco denaro per visitare i musei. Il Van Gogh Museum ad Amsterdam rimane per lui uno fra i più amati. Tornato in Italia realizza le sue opere a ritmi vertiginosi e le vende per strada per poche lire. Sono opere di grande impatto visivo, fortemente marcate dal nero del disegno che l’artista traccia rapido e sicuro su basi bianche e che in seguito copre con smalti dai toni spesso “fumosi”, ottenendo così qualcosa di cromaticamente trasognato che si palesa al nostro sguardo come se l’immagine riaffiorasse da un’altra dimensione. I motivi ricorrenti hanno a che fare con forme ottenute da rette decise e da curve dolcissime. I cavalli ci suggeriscono un’idea di circolarità, restituendoci la sensazione delle movenze reali dell’animale. Gli uccelli, i gatti e tutte le altre creature sono immobili, trattengono il respiro, colti in posizione ieratica, come se nulla dovesse mai più accadere. Pur nella diversità, fanno pensare alle posture di certe madonne trecentesche, sospese tra la terra e il cielo. Accolla dipinge anche soggetti apparentemente troppo facili. Sappiamo che se un turista vuole un souvenir da portare dalla Sicilia, ecco che il quadro di barche abbandonate sotto il sole è fra gli oggetti più convincenti. Certo che queste barche, che tanto incontrano il gusto popolare, non hanno nulla a che fare con le barche che dipinge Salvatore. Le sue sono pezzi di autobiografia e le dipinge come se al posto del pennello avesse il cuore, perché le ha sempre viste e perché è figlio di pescatori. In questo piccolo guscio galleggiante, l’artista vede e sente la continuità con il suo sole, con il suo mare e con la sua terra, oltre che con le sue origini. La sua poetica contempla anche le nature morte, realistiche e surreali a un tempo: bicchieri dritti e alti, caffettiere dalle linee a volte rigide e a volte morbide, scodelle a mezzaluna bellissime. Composizioni di frutta diversa, ma soprattutto quella che si può rendere con sinuose curve, come il melone, la pera, la mela. Cristi lineari, essi stessi divenuti chiodi sulla croce, e poi “ombre della sera” allungate sulla rena infuocata. Uomini di atavica fame davanti a tazze vuote. Uomini a nugoli che guardano una barchetta su un tavolo. Figure umane sedute sulla frutta, alte come una brocca fra cavallini più piccoli di una tazza, o alte come un vassoio poggiato a un muro. Paesaggi siciliani trattati con il garbo di un Gino Rossi. Architetture della Magna Grecia, rovine che si trovano a un passo dalla casa di Salvatore che, di certo, non intende fare il verso a De Chirico, bensì omaggiare la sua città, quello che vede e respira ogni giorno. Monoliti dell’Isola di Pasqua, immobili, chiusi nei loro segreti: sfingi di antico mistero. E ancora uccelli, cani, case, scale, rocce, mare. In molti quadri si può scorgere una piccolissima figura nera, quasi sempre fuori misura rispetto al resto, si tratta della rappresentazione che lo stesso Accolla fa di sé, quasi una “presenza” che vigila su quanto è dipinto. Altre volte si ritrae con le sue opere sotto il braccio. Si può dire che l’artista ami principalmente il gesto del disegno. Sono molti anche i taccuini, i fogli, le vecchie agende vergati da schizzi che possono sembrare dei bozzetti preparatori ai quadri che verranno. In realtà, Accolla ama tenere sempre la mano in movimento. Riconosce che disegnare e scrivere poesie lo fa stare bene. Così come lo quieta nel profondo ascoltare musica. Potenza dell’arte come atto di cura del sé, pratica coltivata e risaputa da sempre anche fra gli antichi greci e in tutta la cultura occidentale. Visto un quadro di Accolla non ci si sbaglia più: la cifra è chiara, precisa, fortemente connotata. E’ un pittore che ha un linguaggio e uno stile ben definiti, un linguaggio e uno stile così suoi da costituire in se stessi una firma. Tutta la vita di Accolla è scandita da questo ritmo del fare: migliaia di disegni realizzati, migliaia di tele dipinte. Migliaia di poesie scritte. Liriche rese in lingua siciliana, con una grafia curvilinea, quasi un alfabeto misterioso, un vero capolavoro per l’occhio pure quella, qualcosa di molto vicino alla poesia visiva, sia pure non cercata, che meriterebbe un approfondito studio a parte. Salvatore Accolla è un artista di strada, una persona gentile e generosa, un’iperbole di Ortigia: un’”isola” dentro a un’isola nell’isola. Si può dire che abbia raggiunto la saggezza di un eremita, è un profondo conoscitore della precarietà umana, un sostenitore sincero della povertà materiale come viatico per la libertà.

Grande nella sua semplicità e semplice nella sua grandezza, Accolla è un artista “fuori serie”.

Daniela Rosi
curatrice d’arte

Responsabile LAO – ART e docente di “Progettazione per la pittura”
all’Accademia di belle arti di Verona

Giuseppina Radice - titolare della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Catania

Mi piace registrare nel panorama artistico contemporaneo la presenza di Salvatore Accolla inserendolo – tout court – nella categoria degli  uomini/artisti/pensatori/alchimisti di oggi.

Egli ha scelto la pittura (forse la pittura ha scelto lui) per dare un senso profondo alla sua complessa vita trasferendo in essa non solo la sua dolorante umanità ma anche  il suo patrimonio d’inventiva, di sensibilità, di rigore e  di fantasia. È come se avesse assorbito – per intuizione –  la pittura di Henry Matisse, di Maurice Vlaminck, di Carlo Carrà, di Paul Cèzanne, di August Macke, di Giorgio De Chirico, di Giorgio Morandi  e di tutti quegli artisti che hanno fatto della pittura una ricerca non solo estetica ma esistenziale.

Paul Klee scriveva nel suo diario: l’importante adesso non è dar prova di precocità con la mia pittura ma è di diventare un uomo. O almeno cercare di diventarlo. L’arte di padroneggiare la vita è condizione preliminare a ogni forma di espressione ulteriore, che si tratti di pittura, di plastica, di tragedia, di musica.

Accolla ha imparato a padroneggiare la vita attraverso la pittura alla quale ha  affidato  il suo senso di vita e di morte, i suoi momenti di tristezza, di gioia, di speranza:  coltivando  un pensiero egli  gioca col suo progetto, e cerca una forma ad esprimere tutto ciò. Né più né meno.

Ecco, in realtà,  in  che cosa consiste la complessa esperienza dell’arte.

Rivendico il mio ruolo di Storico dell’Arte e mi colloco al di fuori di qualsiasi riferimento – pericolosamente compassionevole (buoni, sfortunati … quindi bravi…) – ad aspetti psicopedagogici, sociali o filantropici che, per quanto ammirevoli, non solo non rientrano nel mio ambito professionale ma non devono interferire in alcun senso con la validità di molte opere di Accolla che si sviluppano al di fuori delle norme estetiche convenzionali.

Non sta a me definire chi è più bravo di chi o parlare in termini di valore assoluto: non lo reputo produttivo e sarebbe peraltro del tutto fuori luogo. Struttura, tecnica e iconografia sono infatti elementi necessari per qualsiasi forma di espressione ma non danno  – come per magia – l’opera d’arte. Il mio contributo alla nostra attualità è, invece, trovare validità  estetica nelle opere di un uomo  indenne di cultura artistica ufficiale ma ricco di grande sensibilità,  analizzarle e renderle note.

Accolla sceglie i suoi materiali e costruisce i suoi quadri con una sapienza pittorica che mi piace definire originaria. La sua è una pittura che gode di essere pittura. Libera, naturalmente organizzata ma non per questo casuale o improvvisata. Sembra voler esplodere, prima dentro di lui poi sulla tela. E sulla tela sa dove andare.

C’è sempre  un rapporto lontano, non nostalgico, con la natura, con gli oggetti della realtà e con le persone che fanno parte del suo mondo:  tutto è presente anche se trasmutato.

C’è cultura, capacità di pensare; c’è apertura al fantastico, all’ironia (anche autoironia); c’è voglia di giocare, c’è freschezza per alcuni versi infantile ma – mi sembra meglio –  una freschezza riconquistata attraverso il gioco della pittura.

Accolla ha scelto da tempo il suo gioco e del suo gioco conosce le regole, i comportamenti. Sa che non è disimpegno, anzi sa che  si entra nel gioco con tutta la serietà, ci si mette alla prova, ci si misura con gli altri e con se stessi. Ma è proprio questo gioco che gli permette di operare quella trasmutazione in forma che è l’arte.

Egli ha forse  ha un vantaggio rispetto agli artisti che hanno cercato di ridiventare bambini (… non ridere lettore! I bambini hanno questo potere ed è una lezione di saggezza che essi lo possano. Più sono ignoranti e più ci forniscono esempi ricchi di lezioni, e si deve per quanto possibile preservarli da ogni corruzione scriveva Paul Klee nel suo diario) o che hanno voluto dimenticare la tecnica per recuperare una spontaneità ormai falsata da troppi intellettualismi.

Naturalmente e genuinamente emancipato da canoni e parametri normativi relativi alla rappresentazione della realtà o alle modalità espressive più o meno astratte, Accolla trae tutto – tematiche, scelta dei materiali, tecnica, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo – da quella che di Kandinskj definiva necessità interiore e approda a soluzioni formali originali e anche imprevedibili. Egli  inoltre supera, a mio parere in maniera tanto naturale quanto efficace, uno dei problemi più complessi della ricerca artistica contemporanea che in fondo ricalcano i due poli fondamentali del sistema arte: mimesi/autoreferenzialità.

Egli non si pone il problema: guardando e ri-guardando l’opera posta sul cavalletto intuisce con forte senso critico ma con una capacità estetica originaria, il peso specifico di ogni singola pennellata: pensa a lungo e poi agisce in maniera rapida e definitiva. Quasi un percorso Zen.

Indubbiamente egli si serve della pittura, delle regole conosciute e approfondite nel corso degli anni per rappresentare (forse comprendere, forse metabolizzare, forse accettare) qualcosa. Ma è vero anche che qualsiasi cosa diventa un pretesto per permettere alla sua pittura di presentarsi. A me sembra che spesso egli non usi la pittura per rappresentare un soggetto o un oggetto ma, al contrario  l’oggetto e il soggetto diventano un pretesto nelle mani della pittura.

È lui che gioca con la pittura o è la pittura che gioca con lui?

La pittura  è la sua naturale espressione, respira e vive con lui, accoglie tutta la sua vita: è come se  i suoi ricordi, la sua cultura, il suo amore per la poesia per essere accettati debbano essere filtrati attraverso la pittura. Per questo non ha bisogno di un riscontro con la realtà esteriore, semmai di un riscontro con la stessa pittura.

Nella durezza dell’intaglio di alcune “Composizioni” (opere n. 398, 406, 481, 478) è esemplificato, a mio parere questo suo bisogno di rapidità nell’esprimere il suo pensiero che spesso è anche giudizio sia  nelle dimensioni di alcuni elementi metaforicamente riferibili a episodi ben precisi, sia nella loro collocazione.

Tutte le sue opere (Cristo, Nature morte, Volti, Animali, Barche,Paesaggi)  sono severe, essenziali e spesso fortemente  contrastate dal punto di vista cromatico e lineare. Io penso che Accolla, come ogni vero artista, sia sempre regista della sua opera e affidi le sue scelte ad un pensiero lungamente meditato ma rapidamente espresso. Ciò che a lui interessa non è infatti la descrizione analitica di un oggetto/volto o l’eleganza formale (diventerebbe immediatamente lezioso e falso anche se forse più facilmente comprensibile) ma la sintesi  del concetto che di volta in volta esprime.

L’estrema varietà delle tematiche che egli affronta con la stessa serietà mi fa pensare che la pittura, nel suo essere  forma, colore, ritmo materia ma, soprattutto, capacità comunicativa e capacità espressiva anche di sé, sia il suo vero oggetto di seduzione.

Egli ha forse  ha un vantaggio rispetto agli artisti che hanno cercato di ridiventare bambini (… non ridere lettore! I bambini hanno questo potere ed è una lezione di saggezza che essi lo possano. Più sono ignoranti e più ci forniscono esempi ricchi di lezioni, e si deve per quanto possibile preservarli da ogni corruzione scriveva Paul Klee nel suo diario) o che hanno voluto dimenticare la tecnica per recuperare una spontaneità ormai falsata da troppi intellettualismi.

Naturalmente e genuinamente emancipato da canoni e parametri normativi relativi alla rappresentazione della realtà o alle modalità espressive più o meno astratte, Accolla trae tutto – tematiche, scelta dei materiali, tecnica, messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo – da quella che di Kandinskj definiva necessità interiore e approda a soluzioni formali originali e anche imprevedibili. Egli  inoltre supera, a mio parere in maniera tanto naturale quanto efficace, uno dei problemi più complessi della ricerca artistica contemporanea che in fondo ricalcano i due poli fondamentali del sistema arte: mimesi/autoreferenzialità.

Egli non si pone il problema: guardando e ri-guardando l’opera posta sul cavalletto intuisce con forte senso critico ma con una capacità estetica originaria, il peso specifico di ogni singola pennellata: pensa a lungo e poi agisce in maniera rapida e definitiva. Quasi un percorso Zen.

Indubbiamente egli si serve della pittura, delle regole conosciute e approfondite nel corso degli anni per rappresentare (forse comprendere, forse metabolizzare, forse accettare) qualcosa. Ma è vero anche che qualsiasi cosa diventa un pretesto per permettere alla sua pittura di presentarsi. A me sembra che spesso egli non usi la pittura per rappresentare un soggetto o un oggetto ma, al contrario  l’oggetto e il soggetto diventano un pretesto nelle mani della pittura.

È lui che gioca con la pittura o è la pittura che gioca con lui?

La pittura  è la sua naturale espressione, respira e vive con lui, accoglie tutta la sua vita: è come se  i suoi ricordi, la sua cultura, il suo amore per la poesia per essere accettati debbano essere filtrati attraverso la pittura. Per questo non ha bisogno di un riscontro con la realtà esteriore, semmai di un riscontro con la stessa pittura.

Nella durezza dell’intaglio di alcune “Composizioni” (opere n. 398, 406, 481, 478) è esemplificato, a mio parere questo suo bisogno di rapidità nell’esprimere il suo pensiero che spesso è anche giudizio sia  nelle dimensioni di alcuni elementi metaforicamente riferibili a episodi ben precisi, sia nella loro collocazione.

Tutte le sue opere (Cristo, Nature morte, Volti, Animali, Barche,Paesaggi)  sono severe, essenziali e spesso fortemente  contrastate dal punto di vista cromatico e lineare. Io penso che Accolla, come ogni vero artista, sia sempre regista della sua opera e affidi le sue scelte ad un pensiero lungamente meditato ma rapidamente espresso. Ciò che a lui interessa non è infatti la descrizione analitica di un oggetto/volto o l’eleganza formale (diventerebbe immediatamente lezioso e falso anche se forse più facilmente comprensibile) ma la sintesi  del concetto che di volta in volta esprime.

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Giuseppina Radice

Laureata in Lettere Moderne e già titolare della Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Catania, ama l’ascolto e considera l’insegnamento una responsabilità morale. Ha curato molti eventi artistici ed ha pubblicato numerosi saggi critici in cataloghi e Riviste.
Ha pubblicato nel 2011, con Prova d’Autore, i due saggi La Storia dell’arte e il tiro con l’arco ed Erranti ai tempi dell’usabilità; nel 2016 con Fausto Lupetti Editore “Alchimisti di oggi per un futuro fatto a mano”. Tecnicamente accademica si dichiara antiaccademica per scelta perché ha compreso che lo studio dell’arte è, in fondo, una conquista di libertà nel confronto continuo con la diversità.

PRESS

DOVE ESPONE

Seafood Restaurant & Wine Bar

Via Lanza, 10 – accanto antico mercato, 96100 Siracusa
Tel: 0931 1810209
Email: info@divinomare.it
Aperto dalle 12.00 alle 15.00 e dalle 19.30 alle 23.30
Chiusura settimanale martedì

Caffetteria, gelateria, pasticceria, rosticceria e tavola calda. Le nostre specialità: granite con solo frutta fresca stagionale e zucchero di canna.

Largo XXV Luglio, 13
96100 Siracusa
Tel: 0931 185 2656

Galleria d’Arte

Via Resalibera, 2
96100 Siracusa (SR)
Tel.: 393 9959249
www.artigia.eu

 Via della Maestranza, 58 – 96100 Siracusa (SR)
Tel.: 388 563 2105

Via Catania, 12 – 96100 Siracusa (SR)
Tel.: 0931 723026
Cell.: 393 9959249

Via Tripoli, 1 – 96100 Siracusa (SR)

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